Archivi categoria: COREA E ALTRI AMORI

Racconto

Tempo fa avevo pubblicato un racconto ambientato in Corea, scritto per un concorso tra blogger indetto dalla pagina Penne d’Oriente.

Finalmente gli possiamo dare un continuo, fatemi sapere cosa ne pensate 🙂

Prima parte: “Fuori Servizio

Seconda parte: “La prossima volta”

In Corea del Sud, e in altri paesi asiatici, è d’obbligo scambiarsi i bigliettini da visita al primo incontro, biglietti che io tengo tutti insieme in un portafoglio adatto allo scopo.

Il problema è che il portafoglio non è dove dovrebbe essere: in mio possesso. Sospiro. Ho decisamente perso il Suo biglietto da visita. E un’altra capatina in ospedale non mi sembra opportuna. Sospiro ancora.

Con il passare dei giorni e delle settimane poi, la speranza di poterlo incontrare ancora si è vaporizzata.

In Asia esiste una leggenda: se si è destinati a incontrarsi succederà ancora e ancora grazie al filo rosso che tiene unite le anime gemelle.

Mi guardo le mani. Vuote.

Annuisco e accetto il mio destino. Non lo vedrò mai più, penso tra me e me.

Mi appoggio alla balaustra in vetro che circonda la terrazza panoramica. Non so quanti scalini ho salito, dopo le prime due rampe di scale ho smesso di contare. Sembra che ai coreani piacciano le scale, come ai romani… è un continuo andare su e tornare giù. Senza fiato respiro a fondo e mi metto a guardare la vista su Seoul.

Fantastica, quel miscuglio di architettura antica e moderna l’ho trovata solo a casa mia, Roma.

Dio, quanto mi manca, mi dico mentre mi accascio su una delle panchine in legno senza schienale. Continuo a tenere lo sguardo su quella vista mozzafiato e cerco di ritrovare il mio equilibrio interiore.

Il lavoro mi sta uccidendo, ma per fortuna lo adoro. Pur sentendo la mancanza della mia famiglia, degli amici e della mia casa, sono contenta di essere venuta qui per seguire il mio sogno.

Chiudo gli occhi e sollevo il viso alla carezza del vento.

“Emma”.

Mi giro verso la voce. La mia bocca disegna una piccola e perfetta O quando mi ritrovo a guardare il mio dottore coreano in tenuta da jogging. Mi alzo e mi inchino leggermente.

“Salve dottor Han”.

“Siediti” mi dice indicando la panchina dalla quale mi ero appena alzata.

Mi siedo e lui accanto a me. Mette le braccia indietro e allunga le gambe davanti a sé. Lo guardo di sottecchi, è davvero un bell’uomo.

“Giorno libero?” chiedo.

Annuisce.

“Appena ho qualche ora ne approfitto per visitare la città” gli rivelo imbarazzata da quel lungo silenzio. “Sale spesso fin quassù?”.

Finalmente si gira a guardarmi. I suoi occhi neri catturano i miei.

“Perché non mi ha chiamato?”.

“Perché è sicuro che l’avrei chiamata?”.

Avvicina il viso al mio, arretro di poco. Lui sorride.

Non mi trattengo più. “Ho perso il suo biglietto” dico abbassando lo sguardo. Prende il mento tra l’indice e il pollice sollevando il viso verso il suo.

Siamo davvero troppo vicini. Sarei arretrata, ma la sua stretta è forte. Si china ancora, mi lecco le labbra d’istinto. Joon-Soo sorride seguendo il movimento. Poi devia verso l’orecchio. “Dammi il tuo cellulare” sussurra passando a un linguaggio meno formale. “Perché?” dico ritraendomi.

Uno strano suono gutturale gli esce dalla gola, poi schiocca la lingua. Solleva la mano con il palmo all’insù. Sbuffo, prendo il cellulare dalla tasca della giacca e lo sblocco con il pollice. Poi lo poso sulla sua mano aperta. Han Joon-Soo lo afferra e lo osservo mentre digita qualcosa. Poi una musichetta riempie l’aria.

Vedo il dottore tirare fuori dalla tasca dei pantaloni della tuta il suo telefonino, poi lo sventola davanti ai miei occhi. Riesco a leggere l’ID chiamante, è il mio numero.

“Così non avrai più una scusa” dice “e se non dovessi sentirti potrò sempre chiamarti io” continua a dire.

Sorrido mentre mi riprendo il cellulare. Joon-Soo si alza poi si posa alla ringhiera e guarda avanti.

“Mi era mancato questo posto”.

Mi alzo anche io, poso un fianco sul vetro girata in modo da vederlo.

“Non hai sempre vissuto qui?”.

“Alla morte di mio padre, mia madre ha sposato un italiano” dice, poi si volta a guardarmi, le mani sulla ringhiera. “Così ci siamo trasferiti a Firenze. Qualche mese fa è morta anche lei e allora ho deciso di tornare qui… non c’era nulla a trattenermi in Italia”.

“Mi dispiace” dico posando una mano sul suo braccio. Mi fa un mezzo sorriso. Questa volta si muove velocemente, sussulto tra le sue braccia quando si china a posare le labbra sulle mie. Le accarezza, lo invito ad entrare. Sento il suo sorriso sulle labbra. Inizia il nostro duello di lingue: accarezza, succhia, scava fino a quando un gemito non mi esce dalla gola. Le mie mani da tempo sollevate sulla sua nuca, la sua a tenermi il viso sollevato.

Mi dimentico completamente di chi ci è intorno, di essere in un luogo turistico, fino a quando non sento qualche colpetto di tosse. Mi allontano posando le mani sul suo ampio petto ma la sua stretta non mi permette di voltarmi. Vedo invece Han Joon-Soo guardare di lato e sorridere.

“Ci scusi, non ho saputo resistere” credo dica in coreano.

Un colpo di tosse e poi una risata.

“La prossima volta non riuscirai a scapparmi, te lo prometto” mi dice all’orecchio.

Ogni parola mi arriva dritta al cuore, facendo un giro un po’ lungo. Ho le guance in fiamme e lo stomaco che brucia. Riesco solo ad annuire.

Poi la sua suoneria spezza l’incanto. Cerco di seguire la conversazione in coreano.

“Pronto?”.

Qualche minuto di silenzio.

“Arrivo subito”.

Il dottore fa sparire il cellulare nella tasca e mi guarda.

“La prossima volta” ripete dandomi un bacio leggero sulle labbra.

Lo guardo andare via, la postura eretta, le spalle larghe e i fianchi stretti. Mi accascio sulla panchina. Le gambe non mi reggono più.

Mi tocco le labbra con le dita. Sento ancora la sua forma. Il suo odore mi circonda.

“La prossima volta” mi ripeto.

Poi scoppio a ridere coprendomi il viso imbarazzata.

Ci sa decisamente fare.

Continua…

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto II concorso blog Penne d’Oriente

Ciaooo!

Un mesetto fa ho partecipato alla seconda edizione del concorso tra blogger indetto da Penne d’Oriente che vi invito a seguire. Qui i vincitori, leggerò volentieri i loro scritti. Stavolta non ho vinto ma mi sono divertita a partecipare, mi rifarò alla prossima.

Vi posto comunque il racconto, sempre ambientato in Asia come da regolamento, con cui ho partecipato. Spero vi piaccia, lasciate un saluto 🙂

Fuori servizio

Non ero pronta a invecchiare di due anni mettendo piede sul suolo coreano. Avrei dovuto informarmi e prepararmi mentalmente; è come scoprire un nuovo capello bianco allo specchio in una mattina di sole. Uno shock.

Posso quindi imputare alla vecchiaia improvvisa la mia caduta? Forse no, mi dico, se indossi tacchi 12 almeno non usare il cellulare mentre cammini.

Con molta fatica sono riuscita ad arrivare all’ospedale più vicino che a Seoul offre “servizi anche agli stranieri”. Mi chiedo cosa vogliano dire queste parole, un ospedale è un ospedale. O mi sbaglio? Entro zoppicando in quel mondo caotico che è il Pronto Soccorso aspettandomi le interminabili code italiane. D’altronde il mio è un codice verde, o forse si dice bianco. Mi fanno accomodare quasi subito, addirittura in un letto; ipotizzo che come minimo mi sia rotta l’intera gamba. Ma forse è solo colpa del taglio che hanno scoperto togliendo la scarpa. Una infermiera dal volto simpatico mi porta a fare una radiografia dopo aver ricucito la ferita, a gesti ci intendiamo bene. Io coreano ancora poco, lei inglese quasi nulla. “Il servizio offerto” non sembra essere la lingua.

Mi riaccompagnano a letto in attesa delle risposte. Occupo il tempo a guardare la varietà di casi che arrivano cercando di non soffermarmi troppo sulla bimba del letto accanto con ferite da taglio sull’addome. Non capisco la lingua ma il dolore è universale così come il poliziotto a lato del suo letto.

Per fortuna, prima di quanto pensassi, mi si avvicina un dio, ops, dottore. Riesco a mettere insieme un “Annyeong, uisa”, e poi, “how’s my ankle?”.

“The ankle is ok, a few days of rest will suffice to heal. Keep the cut clean.”

Mi rilasso visibilmente e inizio a chiedermi quale siano le procedure da seguire per le dimissioni. Faccio per alzarmi e trovo il suo braccio ad assistermi, lo ringrazio con un sorriso e dico, “Hospital resignation?”.

Non riesco davvero più a pensare in una lingua che non sia la mia. Sperando di essere stata chiara infilo in borsa la scarpa inutilizzata e mi metto al piede l’altra. Capisco da subito che arrivare a casa zoppicando su un tacco è davvero impossibile. Ma non posso camminare scalza. Mi risiedo continuando a guardare i piedi. “Non ti preoccupare, ci penso io”.

Alzo di scatto la testa, il dio coreano alias il mio dottore, sta ancora parlando. In italiano. La mia non sembra quindi essere una allucinazione da farmaci.

“Ottokké!?” Mi esce spontaneo, come il successivo “Omo”.

Sorride. “Possiamo prendere una sedia a rotelle e chiamare un taxi qui fuori”.

Io intendevo come fa a conoscere l’italiano ma forse la sua risposta è più sensata. Annuisco e si allontana dopo una leggera pacca sulla spalla. È presto di ritorno senza camice con una sedia e con una serie di fogli. Compilo e firmo il necessario, per fortuna il modulo è in inglese. Sperando di non aver fatto errori, dò tutto al dottore.

“Mi chiamo Han Joon-soo”.

“Emma”.

Un silenzio imbarazzante ci accompagna fino all’arrivo del taxi.

“Kamsahabnida, grazie”.

Mi mette in mano i fogli della dimissione, li guardo e l’occhio mi cade sul fondo. Su una cifra. 50.000₩. Avevo quasi dimenticato che parte del servizio sanitario è a spese del paziente.

“Ti devo dei soldi.” Apro la borsa e nel portafoglio ho a malapena i soldi per pagare il taxi. Imbarazzata lo guardo.

“Non c’è fretta, vorrei accompagnarti a casa. Possiamo dividere il taxi, ho appena finito un lungo turno”.

Anche se titubante, in fondo è uno sconosciuto anche se dottore e bello, accetto. Non mi piace avere debiti.

Le luci della città creano un’atmosfera magica, la torre di notte illuminata di rosso è uno spettacolo magico.

Arriviamo a casa mia, scendiamo e Han Joon-soo lascia il taxi in attesa.

“Scusa, ci metto un momento. Vado su e prendo i soldi che mancano. Aspettami qui”.

Annuisce. Si appoggia a braccia e gambe incrociate alla portiera del taxi. Non c’è niente di rilassato in lui.

Riesco lentamente ad arrivare alle porte del pazzo, digito il codice ed entro. Sull’ascensore noto subito un cartello. Anche senza averne la certezza capisco: Fuori Servizio.

Sospiro, non è la mia giornata fortunata. Mi volto e faccio per andare verso le scale, quando sento bussare al vetro della porta. Mi avvicino e automaticamente si aprono.

“A che piano abiti?”.

“Perchè?”.

Indica l’ascensore. Ride. “Dai ti dò una mano”.

“Grazie, non c’è bisogno.” Mi volto zoppicando. Mi segue prima che la porta si richiuda. Mi chino per togliere l’altra scarpa…non posso affrontare sei piani con il tacco. Rischierei davvero il collo stavolta.

Sento il suo braccio nell’incavo del ginocchio, la sua mano è già sulla mia schiena. Mi prende in braccio facilmente. Mi agito nella sua stretta, il cuore inizia a battermi forte. Davvero non ci sono abituata, l’ultima volta che qualcuno mi ha preso in braccio avrò avuto sei anni ed erano le braccia di mio padre.

Inizia a salire le scale. “Stai ferma o cadremo entrambi”. Mi immobilizzo, trattengo anche il respiro…mi concedo solo di allungare un braccio intorno al collo. Ho davvero paura di finire a terra adesso.

“Il tuo piano?”.

“Il sesto, appartamento 615.” Mi esce tra le labbra. Non lo guardo, so che il mio volto è rosso; sento il mio respiro accellerare e il suo spostarmi i capelli sulla tempia.

“Eccoci qui”. Mi mette giù davanti alla mia porta. Mi volto rapidamente e per fortuna le chiavi mi saltano in mano come per uno dei più famosi trucchi di Mary Poppins.

Mi volto, è più vicino di quanto mi aspettassi. Si china di molto per poter avvicinare il suo volto al mio.

“Sei davvero un tipino interessante.”

“Cosa?”, affanno. Il mio sguardo continua a spostarsi sulle sue labbra.

“Sto per baciarti.”

“Non pensavo foste così rapidi.”

Ridacchia, poggia una mano sullo stipite della porta alle mie spalle. “Hai visto troppi drama”.

Ormai ci separa solo un respiro. “Forse”, sussurro e mi bacia. Non un contatto di labbra, ma un bacio vero, profondo. Uno di quelli che ti lascia senza fiato. Mi poggio a lui. Tra la caviglia e le vertigini da mancanza di aria, non so come faccio a reggermi in piedi.

Si allontana lentamente dopo un tempo troppo breve o troppo lungo, il mondo mi sembra vada al contrario. Apro gli occhi, stiamo ancora respirando la stessa aria.

“Questo è il mio biglietto da visita”. Sento la carta tra le mani.

“Puoi ripagarmi con calma. Se vuol dire poterti incontrare di nuovo, non ho fretta.” Resto lì a fissarlo. Annuisco appena.

Mi posa le mani sulle spalle sorridendo e mi volta. Con una leggera spinta che per poco non mi mette al tappeto, mi fa entrare.

“Va a dormire adesso. Ci vediamo presto.”

Le sue calde mani mi lasciano. Faccio in tempo a vederlo ancora una volta mentre chiude la porta.

Riesco a pensare a una sola cosa: “Perché non è con me da questa parte della porta?”

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|