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Racconto

Prequel #0

Parte #1

IL MIO MIGLIORE AMICO #2

“A quanto pare, ho fatto una cazzata”. “Cosa?” mi chiede Grazia.
“Luca… da quella notte non l’ho più sentito”.
“Nooo, che stronzo” sussurra coprendosi la bocca.
Annuisco. “Forse è colpa mia, non avrei dovuto cedergli così in fretta…”.
“Prima di tutto era, è il tuo migliore amico, e poi si prende la tua prima volta e non si fa sentire?”.
Sorrido. “Almeno grazie a lui ho capito di essere gay” le dico.
Grazia scoppia a ridere.
“Un po’ estremo come metodo”.
Mi copro il viso con le mani e bofonchio: “Gli ho anche detto di essere solo suo”.
“Ecco questo potevi risparmiartelo” mi dice colpendomi forte sulla nuca.
Si alza. “Marco” mi dice. “Domani. Io e te. Si va a ballare”.
Annuisco mesto. Non ho chance di evitare la serata.

“Grazie” sussurro tra i denti alla mia amica trapassandola con lo sguardo. Lei fa spallucce.
Volevo dimenticarmi di lui e invece…
I nostri occhi si incontrano sopra la pista da ballo gremita di persone.
“Vai!”.
“No”.
Grazia mi spinge, inciampo. Mi raddrizzo subito e con un sorriso tirato sul volto cammino verso Luca.
Lo saluto. Lui mi fa un cenno con la testa.
“Io…” inizio a dire.
“Mi dispiace non averti chiamato” mi interrompe in fretta.
Strabuzzo gli occhi, non me lo aspettavo. “Grazie” riesco a rispondere.
Luca mi afferra il polso e mi trascina nel corridoio che conduce alla sala dei dipendenti.
Mi sbatte contro il muro, poi afferra il volto tra le sue grandi mani e mi bacia. Mi ruba l’aria, si infila nella mia bocca con rabbia. Mi lascio andare, passo le mani tra i suoi capelli morbidi. Si allontana, con la bocca scende sul collo. Lo sento leccare, succhiare… mi graffia con i denti. Rimarrà il segno, ne sono certo. Ma non mi importa.
Poi in fretta si china sulle ginocchia.
“No…” mi esce tra le labbra, il respiro corto, il cuore accelerato.
Poso le mani sulle sue spalle e cerco di spingerlo via, ma non riesco a muoverlo. Guardo in basso, lui mi guarda. Le ciglia lunghe incorniciano i suoi occhi perfetti. Solleva il labbro da un lato e lentamente mi apre la cerniera dei jeans abbassandomeli del tutto.
Struscia il viso sui miei boxer, attraverso il tessuto sento il suo respiro caldo. Tremo. Mi mordo il labbro inferiore quando abbassa anche l’intimo liberando l’erezione.
Prende ad accarezzarlo con la mano fino alla punta, mentre con l’altra è impegnato a toccare dolcemente le palle e la base dell’asta. Si muove veloce, alternando qualche stretta al momento giusto. Non riesco a smettere di guardare la sua mano scivolare su e giù lungo la mia asta. “È così bello” sussurro tra i denti.
Alza lo sguardo e mi fissa.
“Posso?” mi chiede.
Gli dico di sì e rapido sento il mio pene scivolare nella sua bocca umida. Lo tira fuori e inizia a leccare, piccoli colpi alla punta, poi succhia con sempre più vigore. Un brivido mi corre lungo la schiena. Allargo le mani sulle sue spalle.
Con la mano mi continua a tormentare le palle mentre scivolo sempre più a fondo nella sua bocca.
Non capisco più nulla, nessuno mai lo aveva preso in bocca come lui… ma mi piace. Non era stato lo stesso con le due ragazze che lo avevano preceduto.
Ho il respiro corto, il petto si alza e si abbassa mentre Luca continua ad alternare succhiate e leccate.
Chiudo gli occhi completamente perso.

“Apri!”.
Bussano alla porta. Volto la testa senza aprire gli occhi, avrei voglia di gridargli di andare via. Non adesso, assolutamente non ora.
Bussano ancora. Apro gli occhi.
Buio.
Ma cosa cavolo?
Tasto intorno a me. Morbido. Richiudo gli occhi e cerco di rallentare il respiro.
“Apri!”.
Metto un braccio sugli occhi.
“Era solo un sogno” dico tra i denti.
Sospiro e mi alzo. Accendo la luce, apro la porta e Grazia mi assale.
“Perché cavolo non aprivi?”.
La guardo: è tutta in tiro. Tacco alto, gonna corta e camicetta smanicata, trucco accentuato.
“Dove devi andare?”.
“Dove dobbiamo andare, vuoi dire”.
Mi strofino gli occhi, non riesco a seguirla.
“Dovevamo andare a ballare” mi ricorda.
Mi batto la fronte con la mano.
“Faccio in fretta, aspettami”.

“Grazie” sussurro tra i denti alla mia amica trapassandola con lo sguardo. Lei fa spallucce.
Volevo dimenticarmi di lui e invece…
Lo guardo da sopra la pista da ballo. È di spalle, non mi ha visto. Grazia mi spinge, incespico, sbatto contro un paio di persone prima di raggiungerlo.
Allungo una mano, sto quasi per toccarlo sulla spalla quando sento una risata di gola. Femminile.
Mi blocco con la mano in aria.
“Andiamo da me?”.
Mi sposto un po’ di lato e vedo il volto della mia nemica.
È lei, la sua ex ragazza. Loredana.
“Certo” risponde lui.
No, non può essere vero.

…Continua…

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto

Il ragazzo con gli occhi verdi

Il cenone mi era sembrato infinito. Perché avevo deciso di partecipare a una festa in cui conoscevo solo due persone? Sospiro per la centesima volta. Intorno a me iniziano ad alzarsi, guardo l’ora sul piccolo orologio rosa che porto al polso. Mancano ancora quaranta minuti alla mezzanotte. Una eternità.
Alzo la testa e i miei occhi trovano quelli del ragazzo seduto di fronte a me, Giacomo. Si chiamava così, vero? Il cuore manca un battito; mi chiedo il perché del calore che sento arrivare al viso. Ho bevuto troppo vino bianco?
No, non è questo. Svuoto la testa e mi alzo per aiutare a mettere in ordine. Non prima però di averlo guardato per bene. Moro, capelli folti che ricadono liberi sulla fronte. Occhi verdi.
Si alza, gli fisso le mani con le quali fa leva sulla tavola: dita lunghe.
Poi si volta e… cavolo che culo!
Mi lecco le labbra.
Come faceva quella frase…. “Chi fa sesso il primo dell’anno, lo fa tutto l’anno”? O era “l’ultimo dell’anno”?
Allontano il pensiero portando i piatti sporchi in cucina, forse ho davvero bevuto troppo.
Guardo l’ora, mancano dieci minuti. Mi picchietto le labbra con l’unghia smaltata. Se faccio passare mezz’ora dopo la mezzanotte e me ne vado, è da maleducati?
Inspiro ed espiro.
“Ci siamo quasi” sento gridare.
Vado a prendere il cappotto, ho voglia di vedere i fuochi d’artificio dal giardino. Faccio le scale a due a due, metto la mano sulla maniglia e spingo la porta. Accendo la luce mentre mi chiudo l’uscio alle spalle.
E lo vedo.
Il ragazzo dagli occhi verdi. Senza maglietta al centro della camera.
Un buffo suono mi esce dalle labbra già secche.
Giacomo, continuerò a chiamarlo così, si gira a guardarmi e mi regala un enorme sorriso senza far nulla per coprirsi.
“Me ne vado subito” dico avvicinandomi al letto per prendere il cappotto.
Gli volto le spalle, il cuore che batte troppo forte.
“Dove diavolo è finito!” borbotto tirando fuori ogni sorta di giacca e cappotto tranne il mio. Ovviamente.
Mi allungo sul letto, un ginocchio sul materasso e il braccio steso in avanti. Il suo odore mi avvolge, quel profumo di bagnodoccia al muschio che amo mischiato a qualcosa che è solo suo. Sento il calore della sua pelle sul braccio nudo.
“Cercavi questo?” dice tirando fuori dal mucchio proprio il mio cappotto blu. Annuisco, mi tiro su e mi volto a guardarlo.
“Grazie” dico facendo per prenderlo.
Lui si allontana con il cappotto in mano, allontanando la mia speranza di uscire presto dalla stanza.
Quando hanno alzato il riscaldamento? Dove è finita tutta l’aria?
Io avanzo, lui arretra fino a quando non sbatte con le spalle sull’enorme vetrata che occupa quasi l’intera facciata.
Alzo un sopracciglio incrociando le braccia sul petto. Il seno si solleva nella scollatura dell’abito smanicato.
Con una mossa rapida lascia cadere il cappotto a terra mentre con l’altra mano mi afferra il polso. Mi scontro contro il suo petto nudo. Mi divincolo. Perché tutto quello che provo è eccitazione? Dove è finito il mio buonsenso?
“Cecilia, vero?”
Mi fermo, si ricorda il mio nome. Quasi salto dalla gioia.
Annuisco cercando di mantenere una facciata calma.
“Ho visto come mi guardavi poco fa”
Deglutisco, sento le guance ardere. Abbasso lo sguardo imbarazzata.
Mi circonda la vita con entrambe le braccia poi abbassa la testa.
“Posso?”
Allontano la testa per guardarlo bene. Nelle orecchie sento solo il battito furioso del mio cuore. Sul ventre preme già la sua erezione.
Mi lecco il labbro inferiore, libero le braccia dalla sua stretta e affero il suo viso con entrambe le mani avvicinandolo al mio. Lo bacio, nei suoi occhi leggo la sorpresa. Ma dura poco, subito il ragazzo risponde al bacio infilandomi la lingua in bocca e spingendo il bacino contro il mio. Infilo le dita tra i suoi capelli morbidi. Interrompe il bacio, annaspa alla ricerca di aria. Velocemente mi volta nel suo abbraccio e inverte le posizioni. Ora posso vedere il giardino dalla finestra. Poso una mano sul vetro freddo.
Di sotto sento le voci dei nostri amici. Giacomo mi morde l’orecchio riportandomi da lui. Sento le sue mani carezzarmi le cosce e tirarmi su la gonna arrotolandola in vita.
Cerco di respirare mentre mi agito sotto il suo tocco. Nel vetro vedo il nostro riflesso. La sua testa china sulla mia spalla, le mani che mi afferrano i fianchi. Faccio scivolare a terra il perizoma rosa in pizzo. Poi mi allarga le gambe mentre con le dita cerca e trova la mia fessura bagnata. Stende gli umori massaggiando e premendo nei punti giusti. Ho il respiro affannato, la mano sudata scivola sul vetro. Volto la testa per baciarlo mentre piano infila uno alla volta le sue lunghe dita dentro di me. Si muove piano un paio di volte. Allungo la mano all’indietro e afferro il suo pene sopra il tessuto.
“Spogliati” riesco a dire con la voce roca e il respiro spezzato.
In pochi secondi è nudo dietro di me. Vorrei vederlo bene, ma mi accontento di muovere la mano lungo l’asta stringendo forte alla base.
“Adesso” gli sento dire.
“Il… preservativo…”.
La voce mi esce a fatica. Lo sento borbottare tra i denti, poi nel riflesso lo vedo chinarsi a terra e rovistare nei jeans. Sento il rumore dell’apertura del pacchetto e lo vedo infilarselo.
Si posiziona dietro di me, spingo in alto il sedere chinandomi verso la finestra. Di sotto posso vedere gli altri riunirsi per il conto alla rovescia.
“Credi che possano vederci?”.
Si spinge dentro di me, lo sento allargarmi centimetro dopo centimetro. Sbatto le mani e la guancia al vetro per la sorpresa. Mi mordo le labbra per evitare di gridare. Giacomo mi afferra sui fianchi morbidi e inizia a muoversi a un ritmo sostenuto. Apro gli occhi e guardo fuori. Il cielo si colora di rosso, blu e oro.
È arrivato il nuovo anno.
Stringo i muscoli sul pene. Sento le gambe cedere, ho lo stomaco sottosopra. Sussulto nella sua stretta. I fuochi in cielo e il fuoco dentro di me.
Annaspo, un suono strozzato mi esce dalle labbra secche. Copro la sua mano con la mia, gli graffio il braccio e poi dimentico ogni cosa.

“Dove eri finita?!” grida la mia amica per superare la musica e il chiacchiericcio. Sono ancora sulle scale, sono sicura di avere la parola scopata dipinta sulla fronte sudata.
“Ero…”. Mi sistemo la gonna.
“Al telefono con la mia famiglia” dico tutto d’un fiato.
“Ti sei persa i fuochi d’artifico” si lamenta mettendo il broncio. Poi mi trascina verso il patio.
“Oh, tranquilla” le dico sorridendo mentre metto una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
“Li ho visti bene”.

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto

Prequel del racconto erotico #7

IL MIO MIGLIORE AMICO #0

Mi alzo all’improvviso e mi avvicino al mio amico. Lo osservo, i nostri visi quasi si sfiorano.
Stefano non arretra, ma mi guarda sconvolto. Devo sembrargli pazzo.
“Cosa stai facendo?” mi chiede.
“Devo capire se mi piacciono gli uomini” rispondo continuando a ispezionarlo.
“E quindi?” dice incrociando le braccia sul petto, nel tentativo forse di mettere distanza.
“Nulla”.
Mi allontano di scatto, faccio il giro della tavola e mi butto sulla sedia, le mani tra i capelli.
“Non provo nulla per te”.
“Dovrei sentirmi offeso?”
“Non scherzare!” gli rispondo fulminandolo con lo sguardo. Poi poso la testa tra le mani.
“Ti porto qualcosa di forte”.
Annuisco. “Grazie, amico”.
Un istante dopo reggo tra le mani un bicchiere di whiskey con ghiaccio. Lo sollevo e bevo un lungo sorso. Mi infiamma la gola e le viscere.
Stefano si siede davanti a me, una tazza di caffè bollente tra le mani.
“Quindi cosa hai capito dal tuo esperimento?”.
“Che non mi piacciono gli uomini”.
“Bene”.
“Ma mi piace lui” dico guardandolo dritto negli occhi. “Mi piace il mio migliore amico” finisco.

“Va bene lo stesso”.
“Non che non va bene” dico.
Sbatto il bicchiere sul tavolo, del liquido ambrato trabocca e mi bagna la mano.
“Se lui non provasse lo stesso, io…”.
Chiudo gli occhi massaggiandomi l’attaccatura del naso. L’odore di alcol è forte, mi guardo la mano. Tiro fuori la lingua e lentamente lecco via le gocce di whiskey.
“Luca, prova a sedurlo”.
Alzo lo sguardo a sentire la voce del mio amico. Lo guardo, il gomito sulla tavola e la testa posata sul palmo aperto.
“Se fossi stato gay, ci saresti appena riuscito con me” dice puntandomi un dito contro.
Sbatto entrambe le mani sul tavolo alzandomi in piedi.
“Hai ragione” dico. “Devo solo convincerlo a darmi la risposta che voglio”.
“Vale a dire?” mi chiede Stefano.
“Marco sarà mio, riuscirò a farmi dire che mi ama anche lui!”.

Spero di aver dato il giusto quadro alla storia, siate pazienti e presto pubblicherò anche il seguito.

Continua…

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto

Tempo fa avevo pubblicato un racconto ambientato in Corea, scritto per un concorso tra blogger indetto dalla pagina Penne d’Oriente.

Finalmente gli possiamo dare un continuo, fatemi sapere cosa ne pensate 🙂

Prima parte: “Fuori Servizio

Seconda parte: “La prossima volta”

In Corea del Sud, e in altri paesi asiatici, è d’obbligo scambiarsi i bigliettini da visita al primo incontro, biglietti che io tengo tutti insieme in un portafoglio adatto allo scopo.

Il problema è che il portafoglio non è dove dovrebbe essere: in mio possesso. Sospiro. Ho decisamente perso il Suo biglietto da visita. E un’altra capatina in ospedale non mi sembra opportuna. Sospiro ancora.

Con il passare dei giorni e delle settimane poi, la speranza di poterlo incontrare ancora si è vaporizzata.

In Asia esiste una leggenda: se si è destinati a incontrarsi succederà ancora e ancora grazie al filo rosso che tiene unite le anime gemelle.

Mi guardo le mani. Vuote.

Annuisco e accetto il mio destino. Non lo vedrò mai più, penso tra me e me.

Mi appoggio alla balaustra in vetro che circonda la terrazza panoramica. Non so quanti scalini ho salito, dopo le prime due rampe di scale ho smesso di contare. Sembra che ai coreani piacciano le scale, come ai romani… è un continuo andare su e tornare giù. Senza fiato respiro a fondo e mi metto a guardare la vista su Seoul.

Fantastica, quel miscuglio di architettura antica e moderna l’ho trovata solo a casa mia, Roma.

Dio, quanto mi manca, mi dico mentre mi accascio su una delle panchine in legno senza schienale. Continuo a tenere lo sguardo su quella vista mozzafiato e cerco di ritrovare il mio equilibrio interiore.

Il lavoro mi sta uccidendo, ma per fortuna lo adoro. Pur sentendo la mancanza della mia famiglia, degli amici e della mia casa, sono contenta di essere venuta qui per seguire il mio sogno.

Chiudo gli occhi e sollevo il viso alla carezza del vento.

“Emma”.

Mi giro verso la voce. La mia bocca disegna una piccola e perfetta O quando mi ritrovo a guardare il mio dottore coreano in tenuta da jogging. Mi alzo e mi inchino leggermente.

“Salve dottor Han”.

“Siediti” mi dice indicando la panchina dalla quale mi ero appena alzata.

Mi siedo e lui accanto a me. Mette le braccia indietro e allunga le gambe davanti a sé. Lo guardo di sottecchi, è davvero un bell’uomo.

“Giorno libero?” chiedo.

Annuisce.

“Appena ho qualche ora ne approfitto per visitare la città” gli rivelo imbarazzata da quel lungo silenzio. “Sale spesso fin quassù?”.

Finalmente si gira a guardarmi. I suoi occhi neri catturano i miei.

“Perché non mi ha chiamato?”.

“Perché è sicuro che l’avrei chiamata?”.

Avvicina il viso al mio, arretro di poco. Lui sorride.

Non mi trattengo più. “Ho perso il suo biglietto” dico abbassando lo sguardo. Prende il mento tra l’indice e il pollice sollevando il viso verso il suo.

Siamo davvero troppo vicini. Sarei arretrata, ma la sua stretta è forte. Si china ancora, mi lecco le labbra d’istinto. Joon-Soo sorride seguendo il movimento. Poi devia verso l’orecchio. “Dammi il tuo cellulare” sussurra passando a un linguaggio meno formale. “Perché?” dico ritraendomi.

Uno strano suono gutturale gli esce dalla gola, poi schiocca la lingua. Solleva la mano con il palmo all’insù. Sbuffo, prendo il cellulare dalla tasca della giacca e lo sblocco con il pollice. Poi lo poso sulla sua mano aperta. Han Joon-Soo lo afferra e lo osservo mentre digita qualcosa. Poi una musichetta riempie l’aria.

Vedo il dottore tirare fuori dalla tasca dei pantaloni della tuta il suo telefonino, poi lo sventola davanti ai miei occhi. Riesco a leggere l’ID chiamante, è il mio numero.

“Così non avrai più una scusa” dice “e se non dovessi sentirti potrò sempre chiamarti io” continua a dire.

Sorrido mentre mi riprendo il cellulare. Joon-Soo si alza poi si posa alla ringhiera e guarda avanti.

“Mi era mancato questo posto”.

Mi alzo anche io, poso un fianco sul vetro girata in modo da vederlo.

“Non hai sempre vissuto qui?”.

“Alla morte di mio padre, mia madre ha sposato un italiano” dice, poi si volta a guardarmi, le mani sulla ringhiera. “Così ci siamo trasferiti a Firenze. Qualche mese fa è morta anche lei e allora ho deciso di tornare qui… non c’era nulla a trattenermi in Italia”.

“Mi dispiace” dico posando una mano sul suo braccio. Mi fa un mezzo sorriso. Questa volta si muove velocemente, sussulto tra le sue braccia quando si china a posare le labbra sulle mie. Le accarezza, lo invito ad entrare. Sento il suo sorriso sulle labbra. Inizia il nostro duello di lingue: accarezza, succhia, scava fino a quando un gemito non mi esce dalla gola. Le mie mani da tempo sollevate sulla sua nuca, la sua a tenermi il viso sollevato.

Mi dimentico completamente di chi ci è intorno, di essere in un luogo turistico, fino a quando non sento qualche colpetto di tosse. Mi allontano posando le mani sul suo ampio petto ma la sua stretta non mi permette di voltarmi. Vedo invece Han Joon-Soo guardare di lato e sorridere.

“Ci scusi, non ho saputo resistere” credo dica in coreano.

Un colpo di tosse e poi una risata.

“La prossima volta non riuscirai a scapparmi, te lo prometto” mi dice all’orecchio.

Ogni parola mi arriva dritta al cuore, facendo un giro un po’ lungo. Ho le guance in fiamme e lo stomaco che brucia. Riesco solo ad annuire.

Poi la sua suoneria spezza l’incanto. Cerco di seguire la conversazione in coreano.

“Pronto?”.

Qualche minuto di silenzio.

“Arrivo subito”.

Il dottore fa sparire il cellulare nella tasca e mi guarda.

“La prossima volta” ripete dandomi un bacio leggero sulle labbra.

Lo guardo andare via, la postura eretta, le spalle larghe e i fianchi stretti. Mi accascio sulla panchina. Le gambe non mi reggono più.

Mi tocco le labbra con le dita. Sento ancora la sua forma. Il suo odore mi circonda.

“La prossima volta” mi ripeto.

Poi scoppio a ridere coprendomi il viso imbarazzata.

Ci sa decisamente fare.

Continua…

Miss Elena

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Racconto

Racconto erotico #8

Incontri clandestini

È una bella serata e l’idea di rimanere chiusa in casa mi logora i nervi.

Cerco di evitare la servitù, passo in punta di piedi davanti allo studio di mio marito ed esco in giardino. Continuare a pensare a Lui mi mette una tale agitazione che dormire diventa impossibile.

Ansiosa di raggiungere il mio posto preferito, sollevo la gonna lunga e faccio di corsa il resto della strada. Raggiungo la panchina nascosta, siedo e, sollevando il volto alla carezza della notte, chiudo gli occhi.

“E così è qui che vi siete nascosta”.

Quella voce roca mi costringe a spalancare gli occhi e ad alzarmi in fretta. Mi ritrovo a fissare dal basso due iridi grigie. È talmente vicino che sento sulla pelle il suo calore. Il suo fiato di tabacco mi accarezza la fronte. Il profumo del dopobarba mi inebria.

Arretro un pochino.

“I..Iiio…Io” balbetto.

L’angolo delle labbra si solleva in un sorriso consapevole. Lo sa.

Alzo il mento e raddrizzo la schiena.

“Non mi sto nascondendo!”.

Lo guardo alzando un sopracciglio. “Volevo stare da sola” aggiungo.

Il messaggio è chiaro, un gentiluomo avrebbe capito. Ma lui non è un gentiluomo, non lo è mai stato.

Si avvicina, china la testa. Sento i suoi respiri caldi sul collo. Un brivido mi attraversa.

Inspiro a fondo. Le punte dei seni si sollevano a sfiorare la sua giacca.

“Mio marito…”.

“Non è qui” mi interrompe mordendomi poi l’orecchio .

“E anche se ci fosse non si accorgerebbe di nulla”.

Io so che ha ragione. È già successo.

Che male può esserci a concedermi ancora a lui? Respiro a fondo e annuisco.

Ride, poi solleva una mano e con il pollice mi carezza il labbro inferiore. Dischiudo le labbra in un tacito invito.

Lui si china lentamente e posa le labbra sulle mie. Metto le braccia intorno al suo collo e lo avvicino a me con forza.

Con un braccio intorno alla vita mi solleva e mi tira verso il suo corpo caldo e duro.

Il bacio si fa più profondo. Le nostre lingue sono impegnate in un duello.

Lo sento accarezzarmi ogni angolo della bocca. Il suo respiro caldo si mischia al mio. Mi succhia la lingua, mi morde il labbro. Continua a giocare con me.

La sua mano si allarga sulla scollatura posteriore del vestito, mentre infila l’altra tra i miei capelli.

Poi mi fa scivolare lentamente lungo il suo corpo, una mano si solleva ad accarezzarmi il collo, scende piano tracciando un sentiero di fuoco. Mi afferra il seno. Il capezzolo si inturgidisce sotto la sua mano forte.

Gemo di passione.

Lo accarezzo, dalle spalle ai polsi. Poi passo all’addome strappandogli la camicia. Scendo ancora, l’erezione gli tende i pantaloni di lino. Me ne riempio la mano, muovendola piano intorno al suo membro.

Stringe i denti, sospira.

Finalmente mi solleva il vestito e lo arrotola in alto fermandolo nella cintura sotto il seno. Mi afferra sotto le natiche con entrambe le braccia e mi avvinghio a lui avvolgendo le lunghe gambe nude intorno alla sua vita.

Mi sollevo facendo forza sulle sue spalle, infila una mano tra i nostri corpi liberando l’erezione e lo faccio entrare dentro di me in un solo colpo. L’attrito è tanto, non ero ancora pronta. Annaspo afferrandomi alle sue spalle. Un brivido mi scorre tra le gambe laddove lo sento ingrandirsi e indurirsi, mi attraversa poi la colonna vertebrale spezzandomi il respiro.

Così impalata si sposta avvicinandosi all’enorme albero che nasconde la panchina. Mi posa contro il tronco, una mano sulla mia vita e l’altra sull’albero. Con potenti spinte, sempre più rapide, si fa strada dentro di me.

Ansimi, gemiti colorano la notte.

Mi ha tolto il fiato, rapito il corpo, denudato l’anima.

Tra le sue braccia ho lasciato me stessa. Ma ho trovato lui.

La superficie ruvida sulla schiena mi riporta per un momento alla realtà. Mi afferro all’albero dietro di me, i seni si tendono in alto, più vicini al suo volto ma ancora intrappolati nello stretto abito. Con forza lo abbassa liberandomi e afferra un capezzolo tra le labbra mordibe. Succhia e morde finche non urlo. Lo sento scivolare dentro ancora di più allargandomi al massimo.

Grido il suo nome e mi perdo nel piacere. Quasi non mi accorgo quando anche lui con una ultima potente spinta viene dentro di me spingendomi contro l’albero tanto forte da sentire il legno conficcarsi nella pelle. Mi accascio su di lui, poi piano lo sciolgo dal mio abbraccio e scendo. Il respiro corto, lo guardo tornare in sé.

Lo bacio ancora una volta poi mi rassetto il vestito e i capelli.

Con un sorriso sulle labbra lo guardo. Lì davanti a me con i calzoni ancora abbassati, la camicia strappata e i capelli in disordine è perfetto.

Ma non è mio.

Così mi volto e ancora malferma sulle gambe me ne vado prima di perdermi completamente.

Mio marito mi sta aspettando a casa.

Miss Elena

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Racconto

Racconto erotico #7

IL MIO MIGLIORE AMICO #1

Vieni con me“.
Quelle tre semplici parole si sono conficcate nella mia carne come lame arroventate.
Me ne sto immobile, sconcertato, tanto che è lui ad afferrarmi il polso e a trascinarmi in camera da letto. Chiude la porta, lo scatto della serratura sembra perforarmi il timpano.
Mi spinge sul letto, il viso schiacciato tra i cuscini. Rimango lì, steso a pancia in giù, completamente alla sua mercé.
Cosa vuoi da me?” gli chiedo, la voce soffocata. Non ho il coraggio di voltarmi.
Devi ancora darmi la tua risposta“.
Sale sul letto, faccio per girarmi ma si mette a cavalcioni su di me.
Mi tira su la maglietta, con le mani cerco di bloccarlo.
Basta!” dico.
La maglietta mi scivola sulla testa.
Smettila, non muoverti“.
Mi afferra le mani, tiene i polsi con una mano e con l’altra si toglie la cravatta.
Non puoi farlo“.
Lo sto già facendo” dice legandomi i polsi con la cravatta alla testata in ferro del letto.
Sento il suo alito caldo sul collo, poi il tocco gentile delle labbra.
Mi immobilizzo. Il cuore batte veloce. Rimbomba nelle orecchie il suo suono sordo. Le sue mani prendono ad accarezzemi lungo le braccia fino ai fianchi, mentre con le labbra lascia una scia di baci lungo la colonna.
Infila una mano a slacciarmi i pantaloni e li tira via veloce. Poi mi fa mettere a quattro zampe, allargandomi le gambe e spingendo la testa sul letto.
Rimani così” mi dice.
Ma…ti prego…è imbarazzante…non ho mai…
Si allontana qualche minuto, sposto la testa per cercare di vedere cosa fa. Sento dei rumori, i pantaloni cadono a terra..altro fruscio.
Mi raggiunge sul letto.
Mi bacia la nuca, con la mano trova il pene e inizia ad accarezzarlo.
Inarco la schiena assecondando i suoi movimenti. Mugugno, sospiro.
Bene, così….Sei mio…
Poi si ferma e ad un tratto sento qualcosa di freddo colarmi tra le natiche. Sobbalzo.
Cosa fai?
“Così sarà più bello per entrambi”
Poi con le dita mi spalma il gel sull’ano e con un dito mi unge l’interno allargandomi. Preparandomi a lui.
Non mi da il tempo di fermarlo, ma lo avrei fatto davvero? Non sono pronto, ma non posso aspettare.
Non riesco a mentire più a me stesso.
Lo voglio. Lo voglio dentro di me. Voglio lui, sempre lui…solo lui.
Lo sento spingere, ho i brividi. Eccitazione, paura, dolore hanno la stessa forma….la sua.
Mi afferra i fianchi e entra, allargandomi piano.
Vuoi che smetta?” mi dice respirando a fatica.
Mai. “No“.
Voglio sentire la tua risposta“.
Quasi grido nel sentirlo entrare del tutto. Mi inarco, stringo i denti. Cerco di muovermi ma mi tiene stretto per i fianchi.
Sono tuo” sussurro.
Spinge ancora. Sobbalzo. Il pene sempre più duro.
Sono tuo. Per sempre“. Mi fermo per cercare di riprendere fiato.
Sta aumentando il ritmo con il quale mi impala…dentro…fuori. Ogni volta più forte. Il rumore della carne riempe la stanza, supera i miei gemiti e i suoi grugniti.
Fa un male cane, ma non ha più importanza.
Perché è lui che amo. Il mio migliore amico. Un ragazzo.

Leggerete presto un seguito della storia, ma prima troverete qualche spiegazione in più sulla coppia nel racconto prequel di prossima uscita.

Miss Elena

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Racconto

Racconto erotico #6

Lavorare….da remoto.

È da questa mattina che sono agitata. In attesa, con la sensazione, o meglio la certezza, che qualcosa sta per accadere. In realtà sono in questo stato da ieri sera. Da quando avevo accettato di farlo.

“Lo farai per me?” mi dice mentre sono accocolata sul suo petto .
“Potrebbe essere imbarazzante, domani lavoro lo sai”.
“Sarò bravo, ti manderò un messaggio di avvertimento”.
Si ferma e mi solleva la testa in modo che possa vederlo.
“Da quel momento avrai tre minuti. Ricordalo, o sarà imbarazzante”.

Ritorno con la testa al presente, al mucchio di lavoro che mi aspetta. Ma non posso fare a meno di guardare il cellulare in continuazione. È in modalità vibrazione. Esatto, sorrido. In realtà sto quasi per scoppiare a ridere dal nervoso.
“Lasciare che sia lui a comandare” sussurro tra le labbra. Quasi nello stesso momento stringo le gambe tra loro. E lo sento, non mi sono ancora abituata a questa sensazione di pienezza, penso mentre cerco una posizione più comoda sulla sedia.
Alzo lo sguardo dalla mia postazione. Ha la porta chiusa, lui. Non posso vederlo. Sospiro, una relazione segreta sul posto di lavoro. Già questo basta per darmi un brivido…non avevo bisogno di…questo.
Quasi salto dallo spavento quando sento il cellulare vibrare.
Leggo: Adesso, hai tre minuti.
Mi alzo in fretta, i miei colleghi mi guardano strano. Sorrido scusandomi, poi afferro il cellulare e faccio di corsa la strada che mi separa dal bagno. Apro tutte le porte, non c’è nessuno. Chiudo a chiave la porta esterna e poi mi chiudo in uno dei cubicoli. Guardo l’orologio sul dispaly, manca un minuto. L’attesa mi sta uccidendo.
Cosa faccio mi siedo?
“No, meglio in piedi” sussurro.
Mi appoggio con la schiena alla porta e chiudo gli occhi. Prendo un bel respiro e lo sento. La presenza che ho percepito dentro di me da stamattina si è accesa.
Le vibrazioni iniziano, piano, le prime almeno. Poi lui cambia l’intensità, più forte; anche le pulsazioni sono diverse.
Ingoio a vuoto. Stringo le gambe e inizio a muovere i muscoli interni della vagina. Muovo il bacino, apro e chiudo le gambe. La vibrazione si interrompe all’improvviso.
“No” mi esce dalle labbra.
Mugugno insoddisfatta. “C’ero quasi”. Cerco di rimanere concentrata sulle sensazioni di poco fa. Nulla.
Afferro il cellulare e scrivo: Ti prego.
Visualizzato, quella spunta blu mi da speranza.
Il ronzio riparte, lo sento di nuovo vibrare. Sono sicura lo abbia messo alla massima velocità. Allargo le gambe, punto una mano sul muro alla mia sinistra e con l’altra mano inizio a massaggiarmi la clitoride. Premo, giro, giro ancora, tintillo, lascio scivolare il dito. Qualche colpo ancora, il bacino dondola.
Affanno. Mi mordo il labbro inferiore. “Ahhh” sussurro. “Ecco” per poco non grido. Poi vengo, sento gli umori bagnare il vibratore e le dita. Lo lascio vibrare ancora dentro di me, assecondando le pulsazioni. Poi afferro il cellulare. Digito: Grazie.
Quasi subito leggo: La prossima volta non avrai alcun avvertimento.
Mi lascio cadere sulla tazza con il respiro corto e un sorriso ebete sul volto.
Che stronzo, penso, come torno di là?

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto

Racconto erotico #5

Sono a letto, domani ho un seminario alle otto. Il caldo mi sta tormentando.

Bussano alla porta. Il suono mi costringe a interrompere la revisione del discorso.

Inizio a sudare nell’attimo stesso in cui infilo la vestaglietta sull’intimo. Spero di fare in fretta.

– Arrivooo – grido alla porta. Mi chiedo chi possa essere a quest’ora.

– Servizio in camera –

Mi avvicino alla porta senza aprire.

– Non ho chiamato – rispondo.

Guardo nello spioncino. Un ragazzo, alto e ben piazzato in divisa, è appoggiato al carrello.

– È una torta gelato, signora. Panna cioccolata e fragole. Se non apre si scioglierà in fretta –

Un sorriso mi si apre sul volto. Forse me l’avranno inviate le mie colleghe, nella speranza che domani faccia anche il loro nome nella presentazione, penso.

Apro, ho davvero voglia di un gelato, e del bicchiere di acqua ghiacciata che è lì accanto.

– Prego entri pure –

Rimango alla porta e lo osservo entrare. Sarà il caldo, sarà il suo culo stretto nell’uniforme, sarà lo sguardo che mi ha lanciato mentre mi passava accanto o il profumo inebriante che ha lasciato nell’aria, ma il cuore comincia a battere più forte. Chiudo la porta.

Si gira. Mi avvicino lentamente e inizio a sciogliere il nodo della vestaglietta, lascio che si ammucchi a terra ai miei piedi.

– Fa davvero molto caldo, stasera – dico.

Si raddrizza, deglutisce un paio di volte. Il suo sguardo mi accarezza, gli occhi si accendono.

– È vero, signora –

Sono davanti a lui, gli slaccio la cravatta e i primi bottoni della camicia.

– Starai soffocando con la divisa –

Annuisce. Alza entrambe le mani e mi aiuta ad aprire la camicia sul suo ampio petto. Mette le mani sulla cintura dei pantaloni, lo fermo.

– Faccio io –

Mi metto in ginocchio, apro lentamente la cerniera. Infilo una mano nei boxer.

Sollevo lo sguardo ad incontrare il nero luminoso dei suoi occhi.

Lo accarezzo piano, e lo sento ingrandirsi sotto la mia mano. Faccio scivolare pantaloni e boxer a terra, liberandolo.

Avvicino il volto al suo pene. Tiro fuori la lingua e lo lecco piano dalla base alla punta. Un sibilo gli esce dalle labbra. Con entrambe le mani gli afferro le natiche, mi lecco le labbra.

Mi volto a prendere un cubetto di ghiaccio, lo lascio rotolare in bocca.

Lo guardo, annuisce.

Poso il ghiaccio, mi sollevò quel poco che basta per prenderlo in bocca. Le sue dita si infilano tra i miei capelli.

È più grande di quanto mi aspettassi, mi muovo lentamente. Ho bisogno di sentirlo dentro. Stringo le gambe mentre lo graffio con i denti. Trema. Continuo a leccarlo, poggio le labbra sulla punta e inizio a succhiare. Alterno qualche colpo con la lingua. Con le dita scendo ad accarezzare quella zona poco prima dell’ano. Lo sento respirare con fatica, le unghie mi graffiano il cuio capelluto. Stringo ancora di più fino a lasciargli dei solchi sul culo.

Lo lascio scivolare fuori, mi chino e gioco con i testicoli gonfi. Li prendo in bocca, leccandoli mentre con la mano mi muovo lungo il pene. Sempre più duro, sempre più caldo lo sento tremare. Sollevo la testa, mi lecco le dita. Mi accarezzo la clotoride, inizio a scrivere il mio personale alfabeto. Allargo le gambe, con le mani accelero il movimento, dentro di me e su di lui; fino a quando con un grido non mi bagna la mano e quasi insieme sussulto piegandomi su me stessa.

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto

Racconto erotico #4

Mi sveglio accoccolata al calore del suo corpo. Le labbra a un soffio dal suo petto, un braccio intorno alla vita. Sollevo un pò la coperta e mi avvicino a lui; il suo corpo nudo è caldo e duro.

Faccio scivolare la mano dal petto al suo membro. Lo circondo piano.

Mugula nel sonno, si agita. Lo voglio sveglio e duro. Inizio a baciarlo. Piccoli e leggeri baci, carezze. Dal petto fino alla curva dei fianchi. Sento il suo odore. Mi inebria.

Lo prendo in bocca, poco alla volta allargandomi per lui. Succhio, lecco, arrivo a graffiarlo con i denti.

Sento la mano infilarsi tra i capelli, mi spinge la testa verso il basso mentre solleva il bacino. Il respiro corto e affrettato, sento la sua voce roca fin dentro le pieghe del mio sesso bagnato.

Mi tira su, scivolo su di lui. Lo bacio sulle labbra, voglio che senta il suo sapore nella mia bocca. Si sistema dentro di me, cerco di farlo affondare in fretta ma mi tiene ferma per i fianchi. Sono impaziente, ma lui rallenta ancora di più. Sa come farmi impazzire.

Prendo una delle sue mani e la sposto sul seno, mi chino in avanti.

Fa per uscire, e stringo ancora di più i muscoli della vagina sul suo membro. Voglio davvero accarezzarlo in ogni modo possibile.

Finalmente mi lascia libera di muovermi, poggio le mani sul suo petto e mi chino in avanti per baciarlo. Mi morde il labbro inferiore, con forza, sento il sapore del sangue in bocca. Continuo a muovermi. Sempre più veloce, sempre più a fondo. Lo lascio quasi uscire del tutto prima di riprenderlo con forza. Sollevo la testa, sento i capelli acccarezzarmi le scapole. Mi lecco le labbra, ho il respiro sempre più corto. Sento un vuoto alla bocca dello stomaco come al decollo di un aereo. Prendo fiato, ci sono ormai.

“Fai in fretta” dico. “Vienimi dentro” riesco a gridare prima di perdermi. Assecondo le sue ultime spinte mentre cerco di respirare. Poggio la testa sulla sua spalla cercando di ritrovarmi.

Mi carezza la schiena, sento la sua mano sulla nuca e il suo membro nella vagina. Giro il collo e mi ritrovo a respirare dalla sua bocca. Lo bacio.

Non riesco davvero a stancarmi del suo sapore.

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|

Racconto II concorso blog Penne d’Oriente

Ciaooo!

Un mesetto fa ho partecipato alla seconda edizione del concorso tra blogger indetto da Penne d’Oriente che vi invito a seguire. Qui i vincitori, leggerò volentieri i loro scritti. Stavolta non ho vinto ma mi sono divertita a partecipare, mi rifarò alla prossima.

Vi posto comunque il racconto, sempre ambientato in Asia come da regolamento, con cui ho partecipato. Spero vi piaccia, lasciate un saluto 🙂

Fuori servizio

Non ero pronta a invecchiare di due anni mettendo piede sul suolo coreano. Avrei dovuto informarmi e prepararmi mentalmente; è come scoprire un nuovo capello bianco allo specchio in una mattina di sole. Uno shock.

Posso quindi imputare alla vecchiaia improvvisa la mia caduta? Forse no, mi dico, se indossi tacchi 12 almeno non usare il cellulare mentre cammini.

Con molta fatica sono riuscita ad arrivare all’ospedale più vicino che a Seoul offre “servizi anche agli stranieri”. Mi chiedo cosa vogliano dire queste parole, un ospedale è un ospedale. O mi sbaglio? Entro zoppicando in quel mondo caotico che è il Pronto Soccorso aspettandomi le interminabili code italiane. D’altronde il mio è un codice verde, o forse si dice bianco. Mi fanno accomodare quasi subito, addirittura in un letto; ipotizzo che come minimo mi sia rotta l’intera gamba. Ma forse è solo colpa del taglio che hanno scoperto togliendo la scarpa. Una infermiera dal volto simpatico mi porta a fare una radiografia dopo aver ricucito la ferita, a gesti ci intendiamo bene. Io coreano ancora poco, lei inglese quasi nulla. “Il servizio offerto” non sembra essere la lingua.

Mi riaccompagnano a letto in attesa delle risposte. Occupo il tempo a guardare la varietà di casi che arrivano cercando di non soffermarmi troppo sulla bimba del letto accanto con ferite da taglio sull’addome. Non capisco la lingua ma il dolore è universale così come il poliziotto a lato del suo letto.

Per fortuna, prima di quanto pensassi, mi si avvicina un dio, ops, dottore. Riesco a mettere insieme un “Annyeong, uisa”, e poi, “how’s my ankle?”.

“The ankle is ok, a few days of rest will suffice to heal. Keep the cut clean.”

Mi rilasso visibilmente e inizio a chiedermi quale siano le procedure da seguire per le dimissioni. Faccio per alzarmi e trovo il suo braccio ad assistermi, lo ringrazio con un sorriso e dico, “Hospital resignation?”.

Non riesco davvero più a pensare in una lingua che non sia la mia. Sperando di essere stata chiara infilo in borsa la scarpa inutilizzata e mi metto al piede l’altra. Capisco da subito che arrivare a casa zoppicando su un tacco è davvero impossibile. Ma non posso camminare scalza. Mi risiedo continuando a guardare i piedi. “Non ti preoccupare, ci penso io”.

Alzo di scatto la testa, il dio coreano alias il mio dottore, sta ancora parlando. In italiano. La mia non sembra quindi essere una allucinazione da farmaci.

“Ottokké!?” Mi esce spontaneo, come il successivo “Omo”.

Sorride. “Possiamo prendere una sedia a rotelle e chiamare un taxi qui fuori”.

Io intendevo come fa a conoscere l’italiano ma forse la sua risposta è più sensata. Annuisco e si allontana dopo una leggera pacca sulla spalla. È presto di ritorno senza camice con una sedia e con una serie di fogli. Compilo e firmo il necessario, per fortuna il modulo è in inglese. Sperando di non aver fatto errori, dò tutto al dottore.

“Mi chiamo Han Joon-soo”.

“Emma”.

Un silenzio imbarazzante ci accompagna fino all’arrivo del taxi.

“Kamsahabnida, grazie”.

Mi mette in mano i fogli della dimissione, li guardo e l’occhio mi cade sul fondo. Su una cifra. 50.000₩. Avevo quasi dimenticato che parte del servizio sanitario è a spese del paziente.

“Ti devo dei soldi.” Apro la borsa e nel portafoglio ho a malapena i soldi per pagare il taxi. Imbarazzata lo guardo.

“Non c’è fretta, vorrei accompagnarti a casa. Possiamo dividere il taxi, ho appena finito un lungo turno”.

Anche se titubante, in fondo è uno sconosciuto anche se dottore e bello, accetto. Non mi piace avere debiti.

Le luci della città creano un’atmosfera magica, la torre di notte illuminata di rosso è uno spettacolo magico.

Arriviamo a casa mia, scendiamo e Han Joon-soo lascia il taxi in attesa.

“Scusa, ci metto un momento. Vado su e prendo i soldi che mancano. Aspettami qui”.

Annuisce. Si appoggia a braccia e gambe incrociate alla portiera del taxi. Non c’è niente di rilassato in lui.

Riesco lentamente ad arrivare alle porte del pazzo, digito il codice ed entro. Sull’ascensore noto subito un cartello. Anche senza averne la certezza capisco: Fuori Servizio.

Sospiro, non è la mia giornata fortunata. Mi volto e faccio per andare verso le scale, quando sento bussare al vetro della porta. Mi avvicino e automaticamente si aprono.

“A che piano abiti?”.

“Perchè?”.

Indica l’ascensore. Ride. “Dai ti dò una mano”.

“Grazie, non c’è bisogno.” Mi volto zoppicando. Mi segue prima che la porta si richiuda. Mi chino per togliere l’altra scarpa…non posso affrontare sei piani con il tacco. Rischierei davvero il collo stavolta.

Sento il suo braccio nell’incavo del ginocchio, la sua mano è già sulla mia schiena. Mi prende in braccio facilmente. Mi agito nella sua stretta, il cuore inizia a battermi forte. Davvero non ci sono abituata, l’ultima volta che qualcuno mi ha preso in braccio avrò avuto sei anni ed erano le braccia di mio padre.

Inizia a salire le scale. “Stai ferma o cadremo entrambi”. Mi immobilizzo, trattengo anche il respiro…mi concedo solo di allungare un braccio intorno al collo. Ho davvero paura di finire a terra adesso.

“Il tuo piano?”.

“Il sesto, appartamento 615.” Mi esce tra le labbra. Non lo guardo, so che il mio volto è rosso; sento il mio respiro accellerare e il suo spostarmi i capelli sulla tempia.

“Eccoci qui”. Mi mette giù davanti alla mia porta. Mi volto rapidamente e per fortuna le chiavi mi saltano in mano come per uno dei più famosi trucchi di Mary Poppins.

Mi volto, è più vicino di quanto mi aspettassi. Si china di molto per poter avvicinare il suo volto al mio.

“Sei davvero un tipino interessante.”

“Cosa?”, affanno. Il mio sguardo continua a spostarsi sulle sue labbra.

“Sto per baciarti.”

“Non pensavo foste così rapidi.”

Ridacchia, poggia una mano sullo stipite della porta alle mie spalle. “Hai visto troppi drama”.

Ormai ci separa solo un respiro. “Forse”, sussurro e mi bacia. Non un contatto di labbra, ma un bacio vero, profondo. Uno di quelli che ti lascia senza fiato. Mi poggio a lui. Tra la caviglia e le vertigini da mancanza di aria, non so come faccio a reggermi in piedi.

Si allontana lentamente dopo un tempo troppo breve o troppo lungo, il mondo mi sembra vada al contrario. Apro gli occhi, stiamo ancora respirando la stessa aria.

“Questo è il mio biglietto da visita”. Sento la carta tra le mani.

“Puoi ripagarmi con calma. Se vuol dire poterti incontrare di nuovo, non ho fretta.” Resto lì a fissarlo. Annuisco appena.

Mi posa le mani sulle spalle sorridendo e mi volta. Con una leggera spinta che per poco non mi mette al tappeto, mi fa entrare.

“Va a dormire adesso. Ci vediamo presto.”

Le sue calde mani mi lasciano. Faccio in tempo a vederlo ancora una volta mentre chiude la porta.

Riesco a pensare a una sola cosa: “Perché non è con me da questa parte della porta?”

Miss Elena

|Non copiate, anche parzialmente, il mio racconto senza un precedente consenso scritto|